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Con questa forte affermazione Susan Sontang, nel suo romanzo L'amante del vulcano, descriveva le imprese, ambientate nella Napoli di fine Settecento, relative alla vita del flemmatico ambasciatore inglese Sir William Hamilton che tutti chiamavano “Il Cavaliere”. Temperamento malinconico e distaccato, il Cavaliere amava riservare il suo entusiasmo alle arti, alle scienze, alla letteratura. La Sontang si chiedeva per bocca del Cavaliere cosa fare della bellezza? e rispondeva sicumera “La ammiri, la lodi, la abbellisci (o cerchi di farlo), la esponi; oppure la nascondi” e infine, quindi “la bellezza deve essere esibita”, in virtù del fatto che “alla bellezza si può insegnare come meglio esibirsi”. Il romanzo ci offre ben altri spunti di meditazione in merito al collezionismo e al perché uno è portato a collezionare, ma credo che sia un buon punto di partenza per introdurci all' interno di una collezione dedicata in prevalenza ad alcuni aspetti dell' arte americana e inglese, ma non solo, degli ultimi decenni. Prima di tutto vivere e crescere in un ambiente affatto anonimo avrà determinato un plausibile senso per il bello. Vivere e muoversi in spazi determinati, disegnati dalla limpida e cristallina visione di uno dei maggiori architetti razionalisti del nostro novecento: Giancarlo Palanti che progettò questa villa nel 1938, e ne seguì la costruzione e la sistemazione degli interni. [guarda immagine] La casa è felicemente e compiutamente una architettura semplice - che è la cosa più difficile da realizzarsi in architettura - in ogni suo mirabile particolare, dove emergono linee e forme geometriche primarie impostate nei reticoli rettangolari e quadrati che determinano il carattere dominante dell'edificio e che trova, nella scala che collega i due piani, la nota estrosa ma pur sempre equilibrata e pulita. La luce, che dalle grandi vetrate esterne filtra nella parte bassa dell'edificio, illumina la casa di una chiarezza morbida e diafana “fin a raggiungere qualcosa d' incantato”, come ebbe a scrivere Raffaello Giolli, recensendo l'edificio su Casabella nel settembre del 1938. Giolli aveva ben capito che questo tipo di architettura si determinava “nella coerenza interna e non in una qualunque civetteria” in quanto, abbandonando il fronte principale, ossia la facciata imponente, si abbandonavano, in sostanza “gli ornamenti [e non solo] della retorica”. Infondo l'architettura di Palanti si affidava a valori di precisione e chiarezza, come Giolli definì questo edificio, frutto “quasi di un pulitissimo amore” nel quale non vedremo svolgersi un contrasto acceso di linguaggi “un dramma, né alcuna violenza”, nei suoi interni non registriamo “catapulte che spingano” in quanto “Ai suoi centri tutto combacia: nessuna volontà se ne divincola: e le sue pareti resteranno sempre chiare ed esatte, soddisfatte e serene, anche quando, a volte, ancora un desiderio lievemente le incurvi”. Soluzioni non nuove nell'architettura moderna, ma che assumono un significato fondante nel lavoro di Palanti e specialmente in questa architettura, – sempre secondo Giolli - comunque “la si volti da ogni lato, si guardino i grandi moduli calmi in cui è tutta misurata, s'entri su quelle terrazze sospese nell'aria limpida, s'entri nelle sale, si misuri il blocco nella sua pianta e nel suo alzato: e tornerà ad ogni istante la stessa certezza, la stessa lucentezza, lo stesso amore di uno spigolo non mai aggressivo”. Impugnando ancora la Sontang: “il mero comprare, o l'accumulare non sono collezionare” è così che negli ampi spazi interni, scanditi dai nitidi e funzionali mobili e accessori ricercati, appositamente eseguiti per la villa alla fine degli anni Trenta da Amilcare Turri di Bovisio Mombello [guarda immagine], si snodano ora, come un florilegio, opere d'arte contemporanee di grande impatto come Pocket di Richard Smith del 1965, colore plastico su tela, presentata dall'artista alla XXXIII Biennale di Venezia del 1966 nella sala personale del padiglione della Gran Bretagna. [guarda immagine] L' opera figura riprodotta nel catalogo generale dell'esposizione e rappresenta un punto di riferimento nel percorso dell'artista che era chiaramente individuato, insieme ad altri protagonisti della stessa generazione come Bernard e Harold Cohen, Robyn Denny, o il maggiore Anthony Caro, come coloro che avevano saputo liberarsi dal passato senza subirne una sudditanza ingombrante e più che altro resistendo al forte influsso della nuova e dirompente pittura americana, affermando con forza un carattere proprio per distruggere ogni barriera tra pittura e scultura. Così avviene per le tele in rilievo e le pitture tridimensionali di Richard Smith e, nel caso specifico per Tasca ( Pocket ), opere che arrivano ad esprimere con forte originalità un nuovo interesse per le possibilità spaziali del colore. Infatti nei lavori di Smith il colore rappresenta sempre chiare definizioni prospettiche che focalizzano su una scala di valori in continuo spostamento, evidenziato da forme semplici e funzionali, quasi ad emulare un “primo piano” cinematografico. Larry Poons è presente con una superba opera degli anni sessanta,(un bellissimo 'elephant skin'datato 1969 )molto materica e per questo singolare, ma pur sempre basata su precise variazioni tonali, tutta incentrata nell'ampia e grumosa 'macchia' dai toni giallo-ocra che sembra riferirsi a più complesse articolazione; rifacendosi a vibrazioni ottiche in misura certo minore rispetto alle sue opere precedenti, questa tela ci appare e si staglia risolutamente, come impatto, più attenta alla risonanza spaziale,ed alla tattilità della superficie. [guarda immagine] Un bel lavoro di George Segal, Untitled del 1970, un pastello su carta raffigurante un particolare di un nudo femminile seduto su una seggiola, proveniente dalla Sidney Janis Gallery di New York, sua storica galleria, rappresenta una versione meno nota, una sorta di studio delle sue famose sculture modellate dal vero dove, come noto, il calco autentico rimane chiuso all'interno. In questo squisito lavoro pittorico si percepisce bene come l'artista prepari le sue sculture infondendo quel preciso senso di immobilità che ferma il gesto immutabile e perenne come se si fosse fermato il tempo. Altra opera di grande fascino, presente in questa preziosa collezione, è Flowering Waves, di Hans Hofmann del 1953, già nelle prestigiose collezioni di Clement Greenberg e Kenneth Noland. [guarda immagine] Questo significativo lavoro appartiene alla piena maturità dell'artista tedesco che già dal dopoguerra veniva riconosciuto ufficialmente come uno dei maestri del movimento informale statunitense che Robert Coates, recensendo la mostra di Hofmann alla Mortimer Brandt Gallery del 1946, conierà con la formula di Espressionismo astratto, proprio per definire l'arte di questi protagonisti della scuola americana. La nuova definizione, come noto, si affermerà definitivamente nel corso degli anni Cinquanta e il nome di Hofmann sarà incluso in questo contesto, seppure con diversa accezione, da Greenberg, nel suo fondamentale saggio “American-Type” Painting del 1955, pubblicato su Partisan Review. La tela, nel 1953, era entrata a far parte della collezione di Greenberg e, secondo la defininizione dello stesso critico, l' artista nelle sue opere si avvaleva di una parvenza caotica delle forme che sembrano registrare, senza mediazioni, gli impulsi fondamentali assumendo, il più delle volte, l'aspetto di macchie e segni scarabocchiati. Altra pregevole opera è Untitled(Study for Zinc Door), un piccolo inchiostro su carta di Franz Kline del 1960, proveniente dalla Sidney Janis di New York, dove emerge tutta la potenza espressiva dell'artista, basata sul contrasto istintivo ed espressivo tra segni scuri e fondi chiari. [guarda immagine] Anche l'inchiostro e acquerello di Henri Michaux, Rosa e nero, del 1957, è un'opera degna di attenzione, che evidenzia pienamente la poetica compiuta dell'artista, dai segni alle macchie, che prima isolate, poco sicure di sé ( il “tachisme” è appena agli albori) si mettono presto a dialogare e prendere vita nei grandi fogli bianchi, dove nascono forme fantastiche in movimento, frutto di una felicità del creare in una prodigiosa occupazione dello spazio: a volte compatti, altre volte evocatori, a volte aerei e danzanti segni, come elfi delle nostre antiche leggende. Charles Hinman è presente con tre fondamentali lavori, Red and Yellow del 1963, Pizzicato del 1964 e Moebius del 1965, tutti realizzati in shaped canvas, particolare tecnica di cui è il principale interprete insieme a Sven Lukin e Frank Stella, pratica che si prefigura in prospettive complesse per dare allo spettatore al contempo la percezione del piano e della profondità dai colori luminosi e metallici in cui il supporto spinge determinate parti delle tele avanti e indietro o di lato nello spazio. [guarda immagine] Di Sir Anthony Caro possiamo ammirare tre belle sculture: Table bronze Jamaica del 1978 in esemplare unico e Writing Piece “Box” del 1981-'82, Table Piece Z-96, del 1982. Pur nella loro dimensione ridotta queste tre opere evidenziano tutta la forza creativa e innovativa improntata da Caro, in particolare dagli anni '70 in poi, dove il senso dell' immagine non si “somma” ma si sviluppa attraverso la relazione di una parte con l'altra, con la sua straordinaria propensione a quella improvvisazione controllata nel manipolare materiali pesanti, senza alcuna costrizione, eliminando quel nucleo centrale o “oggetto” o “figura” e sostituendolo con un fluente discorso di forme collegate e declinabili, in una infinita varietà di modi. [guarda immagine] Altro grande interprete della nuova scultura inglese degli anni '60-'70 è William Tucker che qui è presente con due importanti sculture del 1965: Orpheus 1 e Orpheus 2, lavori che evidenziano al meglio la poetica sostenuta dall' artista sulla necessità della scultura per la scultura, ossia del fatto di liberarsi dalla rappresentazione e dalla falsa immagine del totem o del monumento della tradizione astratta. Ronald Davis ha due interessanti lavori dei primi anni '70, in particolare Solid Trio, del 1973, già galleria Leo Castelli, dove al meglio l' artista si esprime con le sue famose e nette astrazioni illusionistiche. [guarda immagine] Dennis Oppenheim ha quattro intensi lavori su carta tutti della fine degli anni '70 inizio '80, in particolare quello proveniente dalla galleria Beyeler di Basilea, Scan:a Detection Device, del 1981, in cui si evince bene il magma espressivo dell'artista nel quale non conta tanto la singola opera pittorica o scultorea o performativa, o altro, ma il completo processo creativo che lega l' intero sistema della sua ricerca che è segnata, pertanto, da un procedere non ripetitivo né omogeneo, ma che rimette continuamente tutto in discussione, affidandosi ad un rinnovamento sorprendentemente fantastico. Molte le opere degli storici fondatori del “ Nouveau réalisme” da Arman a Hains, a Villeglé, e Spoerri; di quest'ultimo risalta l'impegnativa e rilevante L'enfer, la femme au chien del 1974 che, seppure successiva alle vicende artistiche e storiche del manifesto “nouveau réalisme” del 1960, è un'opera che evidenzia al meglio il senso teorico e ideale delle sue “tableaux-trappola”. In queste opere, come noto, Spoerri realizzava su di un piano di dimensioni variabili, l' avvicendarsi di oggetti allusivi o di uso domestico che i casi fortuiti, nel corso del tempo, avevano depositato sul piano stesso. L' artista, infine, concludeva l' opera fissando il tutto con della colla o del poliestere, ottenendo delle autentiche nature morte, frutto della riflessione intorno all' attività aleatoria umana che diventa riflessione oggettiva quando tali opere prendono posizione, per lo più, in verticale appese su un muro, come un quadro. Molto vibranti, infine, due opere di Gianfranco Baruchello, senza alcun dubbio assai significative del lungo viatico dell'artista: La bandiera del signor Ministro, benché di ottima marca del 1963, e Sulle medie alfabetiche comunicanti in M.D., del 1976. In queste opere evinciamo già la particolare poetica di Baruchello volta a rappresentare la quintessenza del pensiero postmoderno nel voler spiegare tutto e niente al tempo stesso, come fine delle “grandi narrazioni” della modernità e, al contempo perciò, sono da ritenersi una traccia, seppure provvisoria, del sublime postmoderno. Molte sono ancora le opere presenti in collezione degne di nota che rimanderemo ad altra occasione per ragioni di spazio, convinti nell' impegno del collezionista ad esibire tali bellezze, dal momento che “la bellezza si deve esibire” e renderla fruibile, possibilmente in manifestazioni che sappiano apprezzare il grande amore e impegno che sta dietro ad ogni grande collezione, per non confinarla egoisticamente nel proprio recinto domestico.
Analisi Critica